Quanta strada nei miei sandali... quanta ne avrà fatto Bartali...

Tra la coda di polemiche di un Giro d'Italia appena concluso e i sogni, i desideri proiettati verso il Tour de France, in questo maggio caldo e umido gli amanti del ciclismo hanno riiniziato a sognare.
Quando ero piccolo passavo lunghi pomeriggi in braccio a mio nonno, rapito da quelle storie che solo lui sapeva raccontare così bene. Verso primavera, quando la voce di Adriano DeZan faceva il suo ingresso nelle case della gente, guardavamo insieme la tappa del Giro, e lui mi parlava spesso di Coppi e Bartali.
Già, Coppi e Bartali, l'Italia del dopoguerra sintetizzata in due figure così umane e sacrali allo stesso tempo, l'Italia sportiva, quella che vince all'estero, con i suoi vizi e le sue virtù, matrimonio e adulterio, religione e marxismo, DC e PCI, Coppi e Bartali, appunto.
Coppi, senza dubbio il più forte dei due, ma anche il più triste. Quel corpo così sgraziato, orrendo in posizione eretta, le gambe lunghissime, il busto corto e la cassa toracica capiente in maniera abnorme, perfetto per incastrarsi nella bicicletta Bianchi che lo accompagnava in ogni suo viaggio. Un uomo solo al comando, troppo solo forse.
Bartali non aveva le stesse doti fisiche, ma possedeva un carattere tremendo: orgoglioso, cocciuto e ambizioso come solo un toscanaccio poteva esserlo, l'unico a vincere il tour a 10 anni di distanza. Correva il 1948, l'anno della Costituzione, l'anno dell'attentato a Togliatti, dell'Italia comunista che scende in piazza e prepara la rivoluzione, dell'Italia distratta e riappacificata da Gino in maglia gialla a Parigi.
Quelli della mia generazione (i quasi 30enni di adesso) sono cresciuti seguendo un ciclismo senza dubbio diverso, molto meno mitico, a colori e con le strade asfaltate, con le ammiraglie al seguito dei ciclisti, non più costretti ad infilarsi i tubolari a tracolla. Eppure questo è uno sport che, col passare degli anni, riesce a mantenere quel fascino di allora quasi inalterato, un mix di fatica, disperazione ed eroismo che solo un ciclista in salita riesce ad esprimere. Certo, le biciclette oggi sono molto più leggere e dotate di rapporti specifici; nelle borracce non c'è della semplice acqua, ma bevande energizzanti; gli atleti corrono muniti di cardiofrequenzimetri e radioline con le quali comunicano col direttore sportivo, conoscono i distacchi, ricevono istruzioni.
Le montagne, tuttavia, sono sempre le stesse: il Gavia, 16 km con pendenze sino al 16%; il Mortirolo, una delle salite più dure d'Europa, con punte sino al 18%; l'Alpe d'Huez, con i suoi 21 tornanti, un pezzo di storia in ogni curva.
Un ciclismo diverso, dicevo. Bugno, il suo Giro d'Italia del 1990, maglia rosa dalla prima all'ultima tappa, e i 2 campionati del mondo. El Diablo Chiappucci, una vita in fuga, sui pedali appena la strada saliva, tanti podi e nessuna vittoria. E, chiaramente, Miguel Indurain, dominatore incontrastato per 5 anni, l'uomo immagine del ciclismo moderno, quello pragmatico, studiato a tavolino e, per questo, probabilmente meno bello. Un impero, il suo, costruito a suon di cronometro vinte con distacchi abissali sugli avversari, e con grandi prove di resistenza agli attacchi in salita. Il gentleman del ciclismo, l'anti-cannibale per eccellenza, puntava alla classifica finale, lasciava sempre la vittoria ai compagni di fuga, non aveva nemici in gruppo. Una roccia, insomma, fatta di muscoli, buonsenso e cronometro alla mano, poco bello da vedere però, prevedibile in ogni sua tappa, metodico e abitudinario sino alla fine della sua carriera.
E' durante il regno di Indurain che i tifosi italiani imparano a conoscere quello che di lì a pochi anni diventerà croce e delezia del ciclismo italiano, Marco Pantani. Tante, troppe cose sono state scritte sul Pirata, il doping, la dipendenza dalla cocaina, quel suo carattere debole e vulnerabile davanti agli ostacoli della vita di tutti i giorni. A me piace ricordarlo sui pedali, ad Oropa, il 30 maggio del 1999, ultimi chilometri di una tappa durissima con arrivo in salita: a Pantani salta la catena, rimane attardato, si scompone, ma poco a poco rinizia a macinare asfalto e con un'unico, interminabile scatto lungo 6000 metri supera una cinquantina di corridori e arriva da solo al traguardo. Sei giorni dopo, a Madonna di Campiglio, l'ingresso in quel tunnel dal quale non riuscirà più a vedere la luce, un cono buio che, oltre al corridore, inghiotte l'intero ciclismo e una generazione di tifosi cresciuta intorno a pantani e a quei colori che lo hanno accompagnato nell'anno più bello della sua vita: il rosa e il giallo.
Il Giro di quest'anno ha fatto risplendere di nuovi sprazzi di luce le strade italiane, soprattutto ha ridato gioia e passione ai tanti amanti delle due ruote. Ivan Basso ha fatto riappacificare un pò tutti gli italiani col ciclismo; un corridore completo, che va forte a cronometro e stacca gli avversari in salita, a volte cannibale e a volte gentleman, timido e di poche parole davanti ai giornalisti, una macchina da guerra in corsa per costanza e abnegazione.
Aspettiamo il tour con serena trepidazione, nella speranza che, dopo tanti anni, "i francesi tornino a incazzarsi".
«Vado così forte in salita per abbreviare la mia agonia» Marco Pantani


4 Comments:
gli italiani che mi circondano non solo hanno fatto pace col ciclismo ma addirittura sembrano averlo riscoperto come si incontra un vecchio amico che era stato lontano..
non ho seguito il giro ma è stato bello anche viverlo di riflesso, essere sicura fino alle sei circa di pomeriggio di cosa stessero facendo padre, ragazzo e amici..
e magari perchè no guardare l'ultimo chilometro affianco al tifoso di turno che magari non è in piedi sui pedali ma sulla sedia a stare fermo proprio non ci riesce...
bellissimo...dovevo sembrare proprio scemo in quei momenti lì...
tu mi incanti!
beh...che dire...grazie
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